Installare Freehand MX con Mac OS X 10.6 Snow Leopard

Tanti grafici pubblicitari/editoriali conoscono bene Freehand, prima Aldus poi Macromedia; in molti hanno imparato il “mestiere” proprio con questo software storico, mentre altri nascevano usavando esclusivamente Illustrator, (una minoranza usava Corel Draw), ma nessuno mai lavorava abitualmente con più di uno di questi software contemporaneamente, per la loro evidente differenza di utilizzo.
Poi Adobe ha acquisito Macromedia imponendo Illustrator a discapito di Freehand MX (per la gioia dei tifosi di Adobe anche Corel abbanodnò lo sviluppo del suo software per Mac), costringendo gli utilizzatori di Freehand ad una dolorosa migrazione verso Illustrator, pur se accompagnata (per quanto possibile) da tutorial ufficiali ed implementando importazioni efficaci dei file .FH di Freehand nell’ormai unico software di grafica vettoriale professionale per Mac.
Chi ha un Mac con Snow Leopard e vuole installare Freehand troverà qualche difficoltà, poiché al primo avvio di Freehand parte l’Autorization Service che deve convalidare la copia del software con il numero di serie fornito all’acquisto, ma l’inghippo si presenta con il firstsetup di Freehand che non riesce ad avere i privilegi per partire e registrare il prodotto. Dopo aver ribaltato tutto il web in cerca di una soluzione al non avvio di Freehand, finalmente (da buon vecchio “macchiano”) ho capito come risolvere il problema di Freehand fidandomi del mio istinto.
Come il buonsenso raccomanda avevo una copia di backup del mio vecchio Hard Disk con Leopard, e da quella partizione ho ripescato le due cartelle Macromedia di supporto e le ho copiate nelle rispettive posizioni in Snow Leopard: /Libreria/Application Support/Macromedia e /Utenti/mioutente/Libreria/Application Support/Macromedia.
Et voilà… adesso Freehand funziona perfettamente a riprova che Snow Leopard non ha nessuna incompatibilità con Freehand, ma solo con il suo software di registrazione.
Da buon irriducibile posso essere fiero della soluzione trovata con questo tentativo disperato, anche perché i precedenti non hanno mai funzionato, chiaramente la versione di riferimento di Freehand MX è l’ultima rilasciata, la 11.0.2 del febbraio 2004.

Note: Nonostante l’età il software supporta i seguenti formati:
In ingresso: EPS, Illustrator, CorelDraw, Photoshop, Acrobat PDF, FreeHand, DCS 1, DCS 2, DXF, PICT, PICT2, RTF, ASCII, TIFF, GIF, JPEG, PNG, Targa, BMP, FH 10.
In uscita: SWF, EPS, PSD, Illustrator, FreeHand, PDF, DCS 2, RTF, ASCII, TIFF, GIF, JPEG, PNG.

La demo di 30 giorni del software è ancora disponibile sule pagine del sito Adobe, ma per il download occorre essere utenti Adobe registrati.

Nel frattempo un gruppo di sviluppatori indipendenti ha chiesto ad Adobe di “liberare” il programma permettendogli di continuare lo sviluppo del software come programma gratuito ed aggiornabile. Il progetto si chiama FreeFreeHand e potrebbe evitare la scomparsa dell’unica alternativa possibile ad Illustrator.

Come installare Mac OS X 10.6 Snow Leopard

Oggi è il grande giorno, tutti gli appassionati Apple, con un Mac Intel, si saranno recati dal proprio spacciatore (n.d.r. rivenditore) di fiducia per acquistare la copia di Snow Leopard al prezzo invitante di 29 euro. Apple, per la prima volta nella storia vende un nuovo Sistema Operativo al prezzo di un aggiornamento. Sì, perché non è un semplice “upgrade” come lo definiscono a Cupertino, ma un vero e proprio Sistema Operativo nuovo, veloce e ottimizzato.
Premettiamo che gli utilizzatori della Adobe Creative Suite 3 che vorranno aggiornare il Sistema dovranno fare i conti con una incompatibilità parziale con Snow Leopard, per la quale la software house ha dichiarato che non vorrà porre rimedio (piccoli bug in Photoshop e Dreamweaver), quindi gli utilizzatori della vecchia versione della Suite saranno costretti a non effettuare l’update a Snow Leopard o ad aggiornare la CS3 a CS4, con un costo che può ammontare anche a 1.198,80 euro per la Adobe Creative Suite 4 Master Collection.
Ma torniamo al felino delle regioni asiatiche montuose…
Questa non è una guida all’installazione per Mac OS X 10.6 (il Mac non ne ha bisogno), ma un articolo che serve solo a scegliere la modalità più adatta alle proprie esigenze e ad affrontare alcuni piccoli intoppi che potrebbero presentarsi al termine dell’installazione.
Prima di tutto bisognerà decidere che tipo di aggiornamento effettuare. I più “sconsiderati” infileranno il DVD nuovo di zecca nel Mac ed eseguiranno l’installazione, senza nemmeno avere la cura di eseguire un backup dei file importanti: nella gran parte dei casi avranno ragione, tuttavia (siccome la fortuna è cieca, ma la sfiga ci vede benissimo) sarebbe saggio clonare il proprio HD su un disco libero (con Carbon Copy Cloner), oppure eseguire un backup (non avviabile) con Time Machine di Apple.

L’installer proporrà l’unica opzione di aggiornamento disponibile (scelta davvero singolare per Mac OS X), ma chi ha un Sistema particolarmente “sporco” (con residui vecchi di anni) potrebbe valutare l’inizializzazione dell’Hard Disk (tramite Utility > Utility Disco) e l’installazione da zero. Al termine dell’operazione sarà possibile importare l’account e le applicazioni da un clone su disco esterno (fatto con CCC) o da un backup di Time Machine.
Curiose anche le impostazioni di default dell’installer, che escludono il vecchio QuickTime 7 e l’emulatore Rosetta (per far girare vecchie applicazioni PPC sugli Intel) quasi a voler dare un taglio netto con il passato stimolando gli utenti all’utilizzo di applicazioni nuove e giustamente native. Chi avrà intenzione di utilizzare vecchi software o di non abbandonare del tutto il “vecchio” QuickTime, può tranquillamente attivare l’installazione personalizzata.
Anche la maggior parte dei driver delle stampanti vengono esclusi dall’installer, tranne per quelle collegate (o precedentemente utilizzate) comprese quelle “del vicinato” (Network). In futuro si potranno aggiungere i driver mancanti dal DVD di Snow Leopard, ma chi non vuole correre il rischio di non trovare al momento il DVD al suo posto, può anche installarle tutte, spazio su disco permettendo. Si potrebbero piuttosto rimuovere i font aggiuntivi e tutte le lingue straniere, recuperando così qualche centinaio di MB che nella maggior parte delle situazioni più comuni sono davvero sprecati.

Noi abbiamo provato tre modalità di installazione.
La prima è quella più istintiva, inserendo il disco e cliccando su “Installazione Mac OS X”, affidandosi alla bontà degli sviluppatori Apple. Al riavvio tutto era apparentemente identico, ma le nuove funzioni facevano capolino ad ogni movimento (è consigliabile eseguire sempre una verifica del disco prima di un’aggiornamento del genere).
La seconda è quella più ponderata, avviando l’installer, ma inizializzando l’HD del Mac per importare successivamente l’account con tutti i documenti e le Applicazioni. Meno residui del vecchio Sistema, ma tanto tempo in più da attendere per l’importazione dei file.
La terza è quella più certosina, avviando l’installer, inizializzando l’HD del Mac e creando un nuovo utente (magari omonimo al vecchio) copiando a mano SOLO gli elementi che davvero meritano di alloggiare nella nostra nuova “casa”.

Nel primo caso è stata una passeggiata di salute, tutto molto facile e “quasi” nessun imprevisto.
Anche la seconda modalità ha fruttato un buon risultato, ma psicologicamente l’idea di avere un Sistema “pulito” è sempre gratificante.
In entrambi i casi però Rubrica Indirizzi ha dato i numeri, faticando a sincronizzare i contatti (un migliaio) con Mail (dai numerosi mittenti/destinatari) ed i servizi di iSync (forse Apple già sa). È bastato eliminare la cartella /Home/Library/Application Support/AddressBook e rilanciare Rubrica Indirizzi per ripristinare la sincronizzazione in una manciata di secondi.

Ad onor del vero con la terza modalità la velocità di Snow Leopard era impressionante! Un Sistema davvero pulito fa la differenza, sempre. È comunque un lavoro estenuante il recupero manuale dei documenti, delle preferenze e delle impostazioni, per non parlare della reinstallazione di software aggiuntivi (Apple e non).

In tutti e tre i casi c’era sempre un clone dell’Hard Disk originale a metterci al sicuro, ed in tutti e tre i casi alcuni software non hanno più funzionato, o funzionato male, ma è pur vero che ci riferiamo al vecchio Terminale di Tiger (conservato per alcune funzioni smarrite), ad alcuni vecchi Droplet di Transmit, vari programmi di FTP, e qualche altra applicazione. Fortunatamente c’è un comodo elenco qui per potersi fare un’idea del software ancora non compatibile con l’ultimo Sistema Operativo di Apple, mentre qui c’è l’elenco ufficiale di Apple del software incompatibile.
I programmi che in passato hanno seguito le direttive Apple sulla compilazione, oggi raccolgono i frutti del buon lavoro degli sviluppatori, è infatti un piacere usare iView MediaPro meglio che su Leopard, vedere ancora in piedi il defunto iSquint, e le vecchie versioni di Roxio Toast (da 6 a 10) girare regolarmente su Snow Leopard… purtroppo però stavolta la versione 5.2.3 non ha retto il salto.

Per il resto l’update è consigliato a chi non ha una certa produttività da garantire, mentre forse per gli ambienti di lavoro è il caso di aspettare che le software house si allineino al nuovo Mac OS X 10.6 di Apple.
Sul forum se ne parla qui: www.imaccanici.org/forum/viewtopic.php?t=4630.

Come avviare il Mac da una chiavetta USB

Quali sono i vantaggi offerti dalla possibilità di avviare un Mac da una pen drive USB? Pochi, ma buoni: è il modo più comodo per avere sempre a portata di mano il proprio Sistema e il proprio set di applicazioni da utilizzare su qualsiasi Mac compatibile con quella versione di Mac OS X; è un valido strumento per installare il Sistema preservando l’integrità del prezioso DVD originale; ma soprattutto è il modo più efficace di eseguire le principali utility su un HD di Sistema che necessita di riparazioni più o meno serie.
Con i vecchi PPC era impossibile avviare il Sistema da una pen drive (tranne che con Mac OS 9), ma dall’introduzione dei Mac con processori Intel, e specialmente con l’arrivo di Leopard, l’operazione è molto più semplice. È sufficiente acquistare una pen drive abbastanza capiente, possedere un DVD originale con il Sistema da installare sulla penna, oppure un drive (già testato per il boot) da clonare sulla penna, infine scaricare ed installare un software gratuito: Carbon Copy Cloner.
Bisognerà decidere se partizionare la penna in più partizioni, o in una sola, in base alle proprie esigenze ed il lavoro andrà fatto con Utility Disco. Sarà fondamentale impostare nelle opzioni di partizionamento la Tabella di Partizione GUID, dopodiché le strade si dividono.
Se si vuole installare un Sistema pulito bisognerà avviare dal DVD (premendo il tasto C) ed installare Mac OS X direttamente sulla penna, se invece si vorrà clonare un disco di Sistema (o lo stesso DVD di installazione) sulla penna, bisognerà abbandonare Utility Disco per la clonazione ed affidarsi a Carbon Copy Cloner per velocizzare il lavoro di clonazione. Bisognerà selezionare il disco di origine ed il disco di destinazione, lasciando il software lavorare tranquillamente in background. È consigliabile utilizzare questo tipo di configurazione, risparmiando la copia identica dei blocchi, e la verifica (spesso superflua) dei dati copiati. Al termine possiamo effettuare una riparazione del disco (non dei permessi) selezionando la pen drive in S.O.S. da Utility Disco, per accertarci che tutto sia posto.
Abbiamo approfittato dell’occasione per testare la bella Pen Drive USB da 16GB venduta da BuyDifferent a 34.90 euro, ed il risultato è stato molto apprezzabile. La penna è abbastanza lenta in scrittura, occorrono 7 minuti per copiarci su 2,5GB di dati, tuttavia in lettura le prestazioni migliorano notevolmente, bastano appena 2 minuti per copiare gli stessi dati da pen drive a hard disk.
L’avvio del Mac da USB avviene in meno di un minuto per quanto riguarda il clone del disco di installazione di Mac OS X, mentre occorrono circa 90 secondi per l’avvio di un Sistema Operativo completo, ma le operazioni comuni sono molto veloci, considerando il tipo di disco di avvio in uso.

File invisibili su Mac OSX

Ogni utente Mac prima o poi dovrà affrontare il problema dei file nascosti, problema poiché in effetti Windows ha abituato gli switcher a visualizzare/nascondere i suddetti file, cliccando su un paio di menù a cascata. In Mac OSX invece bisognerà digitare questo comando tramite Terminale (Applicazioni/Utility/Terminale)

  • defaults write com.apple.Finder AppleShowAllFiles YES

Per visualizzarli

  • defaults write com.apple.Finder AppleShowAllFiles NO

Per nasconderli nuovamente.
Inoltre, per velocizzare le cose nelle volte future che vorrete abilitare/disabilitare i file nascosti, è possibile realizzare un AppleScript (Applicazioni/AppleScript/ScriptEditor) automatizzando l’operazione eseguita tramite terminale. Lo script da scrivere, compilare ed eseguire sarà il seguente:

tell application “Finder” to quit

display dialog “Mostra/Nascondi Files nascosti?” buttons {”Si”, “No”, “Annulla”} default button 3

copy the result as list to {buttonpressed}

try

if the buttonpressed is “No” then do shell script ¬

“defaults write com.apple.finder AppleShowAllFiles OFF”

if the buttonpressed is “Si” then do shell script ¬

“defaults write com.apple.finder AppleShowAllFiles ON”

end try

tell application “Finder” to launch

Per chi ha poca dimestichezza ho già scritto uno script pronto all’uso (basta cliccarci su per abilitare/disabilitare i file nascosti). Lo script è scaricabile cliccando qui.

(N.d.r. È disponibile qui anche un vecchio script de iMaccanici).

Avviare il MacBook Pro da una card SD

Molti hanno sorriso, qualcuno ha gridato allo scandalo, eppure tutti dovrebbero aver imparato che quando Apple fa qualcosa lo fa con un certo buonsenso. L’eliminazione dello slot ExpressCard/34 (da tutti i portatili tranne che il 17″) in favore dello slot per le card SD (Secure Digital) potrebbe lasciare perplessi, eppure i vantaggi ci sono. Le domande che probabilmente si sono posti a Cupertino saranno state: In percentuale quanti utenti dei portatili Apple hanno usato mai una card Express? E quanti invece hanno collegato un cavo ed un lettore di card per scaricare le foto dalla macchina digitale? Apple ha perciò scelto di introdurre, come accade già da qualche tempo sui PC comuni, la porta più comune e comoda per la maggior parte dei suoi utenti.
Dal titolo dell’articolo tuttavia si intuisce che questo slot non serve solo a spostare dati dalla scheda al computer e viceversa, ma anche ad avviare il Mac con Leopard direttamente da una comune ed economica memoria SD.
Apple lo spiega dettagliatamente in questo documento tecnico, pubblicato il giorno dopo il rilascio dei nuovi portatili unibody. Per installare Mac OS X su una scheda di archiviazione SD e utilizzarla come volume di avvio basterà partizionarla da Utility Disco con la tabella partizione GUID e inizializzarla utilizzando il formato file Mac OS esteso. L’installer riconoscerà correttamente il dispositivo di archiviazione SD e ne permetterà l’utilizzo. Un altro comodo mezzo, reinventato da Apple, per portarsi appresso il proprio utente “da viaggio” con tanto di Sistema Operativo.

Proteggere i dati privati del proprio Mac

Per nascondere i propri file da persone non autorizzate esistono dozzine di tecniche, ma proteggere in maniera efficace i propri dati dagli occhi indiscreti (anche di un professionista) può diventare un’operazione complicata e dispendiosa in termini di tempi.
Con l’utilizzo del nuovo Cryptomfs la sicurezza dei dati sensibili è alla portata di tutti. Il programma, realizzato da Christoph Hohmann permette di creare e montare un volume protetto da password e dal dimensionamento incrementale. Cryptomfs utilizza infatti una directory (un pacchetto con estensione cryptofs) per memorizzare i file crittografati, ed accessibili soltanto inserendo la password impostata alla creazione del file cryptofs.
Il supporto ad Accesso Portachiavi, permette di risparmiare l’inserimento della password quando vi si accede dal proprio account, tuttavia da qualsiasi altra postazione bisognerà avere questa chiave, altrimenti i file verranno visualizzati solo con le informazioni relative al peso ed alla data di modifica e creazione, ma l’accesso sarà impossibile.
La creazione di nuovi filesystem è estremamente semplice, ogni volume può avere il nome preferito ed una icona personalizzata, ma la caratteristica interessante è la compatibilità con altri Sistemi Operativi, funzione fondamentale per chi ha l’esigenza di cambiare spesso piattaforma.
Il download di Cryptomfs si effettua gratuitamente dalla pagina dello sviluppatore. Per poter funzionare richiede Mac OS X 10.5 (Leopard) e l’installazione di MacFUSE, anch’esso gratuito.

Scansioni di diapositive… senza scanner

Chi viene da un passato di fotografo, amatoriale o professionista che sia, avrà certamente in un cassetto numerose diapositive non ancora digitalizzate per problemi di tempo o perché il costo di tale operazione risultava, fino a qualche tempo fa, ancora proibitivo. Acquistare uno scanner per diapositive ha ancora un costo rilevante, comprare uno scanner piano con funzionalità di acquisizione per trasparenza non offre invece risultati ottimali, infine rivolgersi ad un centro fotolito per questo genere di scansioni è una scelta valida solo ai fini professionali.
Fortunatamente le macchine fotografiche digitali di oggi hanno quasi tutte due prerogative che fanno al caso nostro. La prima è l’elevata risoluzione, grazie all’utilizzo di moderni CCD, la seconda è la funzione macro, che permette di fotografare oggetti piccoli a distanze ravvicinate con risultati eccellenti, purché ben illuminati.
Possiamo approfittare di queste caratteristiche per acquisire immagini digitali alle nostre diapositive senza particolari attrezzature fotografiche. L’unico accessorio che dovremo realizzare è un distanziatore tra l’ottica e la diapositiva, ma per fare questo basterà un rotolo consumato di carta igienica.
Tagliamo il rotolo di carta a tre quarti della sua lunghezza e posizioniamolo intorno all’ottica della macchina fotografica. Se non abbiamo la possibilità di fissarlo non preoccupiamoci, provvederemo ad appoggiare la macchina su una superficie piana con l’ottica rivolta verso l’alto.
Se la sala di posa è sufficientemente illuminata ci accontenteremo del soffitto (possibilmente bianco) come fonte luminosa, altrimenti potremo eseguire l’operazione all’aperto ed usare il cielo (possibilmente grigio) come illuminazione. Basterà impostare la macchina in automatico, con l’opzione “macro” attivata e l’autoscatto inserito. Una volta piazzata la diapositiva al centro del rotolo di carta igienica basterà premere a metà corsa il tasto di scatto per effettuare la ripresa la messa a fuoco automatica e poi schiacciare a fondo il tasto dello scatto. Dopo i dieci secondi (spesso variabili) del timer avremo salvato la nostra vecchia diapositiva sulla scheda di memoria della fotocamera.
Qualche piccolo aggiustamento relativo al taglio ed alla correzione del colore completerà l’opera, avremo attenuto così un risultato assolutamente soddisfacente, a questo prezzo.

Google e la "copia cache"

La cache è uno strumento dell’informatica del quale si può parlare in maniera molto generica per facilitarne la comprensione. In due parole la cache mantiene una copia dei dati ai quali si accede con maggiore frequenza. Immaginiamo di avere un’enorme quantità di dati da consultare, per accedervi occorrerà un tempo fisico variabile legato a molti fattori in gioco. L’utilizzo della cache permette di velocizzare quest’accesso poiché i dati, già letti in precedenza, sono stati conservati in un archivio temporaneo più veloce, la cache appunto. Solo se questi dati non sono presenti nella cache, o sono stati modificati, vengono consultati nell’archivio (logicamente più lento) della memoria “principale” in cui risiedono i dati. Essa, nei computer per esempio, permette di superare limiti imposti dall’attuale lentezza degli Hard Disk.
Entrando nel dettaglio esistono molti tipi di memoria cache ed affrontarli tutti in poche righe sarebbe impossibile, poiché fanno parte di quegli strumenti che, lavorando in background, riescono a rendere più agevoli le operazioni quotidiane ed a molti utenti non interessa sapere altro.

Nel motore di ricerca Google, che su questa tecnologia basa le sue funzionalità, c’è però un lato intrigante della cache. Non è raro infatti trovare un link non funzionante tra i suoi risultati, poiché non ancora aggiornato nel suo database.
A questo punto si può fare un discorso inverso e sfruttare questa memoria per accedere a dati su Internet ormai non più accessibili (per vari motivi) scavando nella cache che Google mette a disposizione, definendola una “copia di backup nell’eventualità in cui la pagina originale non sia disponibile”. La cache di Google, che tutti abbiamo notato senza forse darle il giusto peso, può rivelarsi fondamentale per recuperare (ad esempio) il testo di una pagina accidentalmente persa del proprio sito, per “indagare” su potenziali truffatori che dopo esser stati scoperti cercano di far perdere le proprie tracce, ma può essere anche usata a scopi meno nobili, quali recuperare informazioni eliminate (dagli amministratori o dalle autorità) su siti che in passato hanno trasmesso materiale illegale. Un esempio banale, se su un sito pulito come answers.yahoo.com si trovano commenti relativi ai numeri seriali di Photoshop, è facile che questa pagina possa essere rimossa da chi modera la community, ciò non toglie che per molto tempo ancora la pagina incriminata sarà elencata tra i risultati di Google e raggiungibile dalla Copia Cache.

Insomma la cache, è uno strumento potente, ma anche pericoloso, che quando non è più buona (come può accadere sul computer) o legale (come può capitare sul Web) può compromettere la stabilità di tutto il “sistema”, nel senso esteso del termine.