Spazi per per Pantere e Tigri

Ormai è consuetudine lavorare, o divertirsi, su più scrivanie e si usa Spaces come se fosse sempre esistito. In effetti le versioni di Mac OS X prima di Leopard, pur essendo ovviamente anche esse “basate su Unix”, mancavano della gestione di scrivanie virtuali, caratteristica comune a numerosi sistemi *nix.
A tutto ciò, almeno per Panther e Tiger, nel lontano 2005 vide bene di mettere una pezza tal Rich Wareham con Desktop Manager che porta le funzioni di Spaces anche dove, o meglio quando, non sarebbero possibili. In effetti proprio di pezza si doveva trattare ma, come si può vedere, il programma risulta da allora funzionante anche se non aggiornato.
Bisogna innanzitutto ignorare il fatto sia che il software sembri datato e venga presentato come una versione 0.x (0.5.3) e addirittura in “alpha quality” sia che la pagina home lo descriva come un programmino scritto per usi personali, poco testato e condiviso solo nella speranza che possa essere utile a qualcuno. Magari fossero tutte così le versioni alfa o addirittura beta o anche quelle finali! Desktop Manager nella sua incarnazione miseramente denominata 0.5.3 funziona che è un piacere, fa il lavoro suo, lo fa bene ed ha una miriade di preferenze per i più esigenti e smanettoni.
Dopo l’installazione è accessibile o nella barra dei menù o a fianco al Dock o in entrambi i posti o solo tramite scorciatoie da tastiera (ovviamente personalizzabili nel dettaglio) e permette di gestire “qualsiasi numero” di scrivanie virtuali (“in funzione della memoria”) tra le quali è possibile navigare in ciclo o direttamente ad una precisa. I comandi possono essere dati sia da tastiera che da menù come anche dall’attivazione dei bordi, toccando i quali si passa alla scrivania successiva. Le finestre delle applicazioni possono poi essere spostate da una scrivania ad un’altra tramite altre scorciatoie da tastiera o l’apposito menù. Risulta piuttosto comoda la funzione per cui il programma porta subito in primo piano l’eventuale unica applicazione con finestre aperte in una scrivania quando ci si sposti su quella scrivania; in questo modo risulta più naturale e gestibile l’avere scrivanie dedicate ad operazioni singole come la navigazione, la posta elettronica, il lavoro, lo svago, eccetera.
Il tutto può essere abbellito con varie transizioni nello spostamento da una scrivania ad un’altra.
Curiosamente, anche sul sito dello sviluppatore, si ignora la funzione di “application launcher”, anche questa configurabile con una combinazione da tastiera. Su MacUpdate risulta disponibile anche una versione “0.5.4r1” per soli Intel e difatti il programma è presentato nell’intestazione come “Intel only” mentre più in basso si specifica “Intel, Mac OS X 10.3-10.4”. Dopotutto, a leggere il sito dello sviluppatore, anche lui ha le idee piuttosto confuse su quelli siano i requisiti di sistema precisi.
Abituati a Spaces, per lo meno quando si attiva la preferenza di passare ad uno spazio aperto con finestre dell’applicazione al cambio di applicazione, va ricordato che invece Desktop Manager esclude la possibilità di cambiare scrivania al solo cambio di applicazione ovvero si continuerà a lavorare nella nuova applicazione ma sempre nello stessa scrivania fin quando questa non verrà cambiata con uno dei vari comandi possibili.
Una piccola nota di cui tenere a volte conto è la richiesta di RAM che, partendo da circa 20 MB, può arrivare fino a circa 100 MB ed ovviamente questo può essere problematico in sistemi con memoria limitata ma naturalmente basta chiudere e riaprire il programma pur perdendo la divisione delle applicazioni tra le finestre.
Complessivamente, è un minimo prezzo da pagare solo alcune volte per un’applicazione gratuita ed utilissima.

Archivia, comprimi, proteggi e invia

Codeius è una software house australiana, che solo da pochi mesi è in piazza per produrre software per Mac, ma è già in grado di farsi notare per la qualità dei suoi nuovi prodotti, questi software efficienti e soprattutto facili da usare.
Tutti gli utenti Mac sanno benissimo che Mac OS X permette autonomamente l’apertura e la creazione di file zippati e archivi compressi (entro certi limiti) e non mancano software blasonati per la creazione avanzata e la gestione completa di archivi protetti da password. Tuttavia iZip, il cui nome dice già tutto, permette di fare molte cose, ed in maniera abbastanza innovativa.
Secondo lo sviluppatore iZip è il modo più semplice per gestire file .Zip, .Zipx e archivi .Rar su Mac. La particolarità del software consiste nella rappresentazione visiva degli archivi quando si aprono con iZip, poiché vengono attivati come un disco immagine permettendone la gestione diretta dal Finder, sia per l’aggiunta di elementi negli archivi che nella visualizzazione, con tutte le modalità previste dall’interfaccia del Mac, inclusa quella in Cover Flow.
Non mancano le opzioni di sicurezza per la compressione dei file con la protezione con password ed il supporto fino a 256 bit di crittografia AES. Infine viene proposto anche un utile (e sicuro) server di upload dei file basato sul collaudato (seppur ancora in beta) servizio offerto da files.com per la condivisione rapida e comoda direttamente dal software, senza dover aprire il browser. iZip è compatibile con Mac OS X 10.5 o successivo, e gira solo su macchine Intel.
Ultimo dettaglio che contraddistingue il software, è il prezzo! iZip è completamente gratuito ed è disponibile per download dal sito ufficiale.
Prossimamente ci occuperemo di iTuneUp, attualmente ancora sotto esame, un altro piccolo capolavoro targato Codeius.

Temperature a portata di Dock

Una delle preoccupazioni maggiormente diffuse tra alcuni utenti Mac più protettivi, è la temperatura dell’hardware della propria macchina. Esistono numerose applicazioni per tenere sott’occhio il calore generato dai vari componenti di un Mac, ma il nuovo ThermoInDock permette di farlo rapidamente, con discrezione e senza troppe pretese.
Da come è facilmente intuibile dal nome, ThermoInDock visualizza i grafici delle temperature ottenute dai sensori termici interni del Mac direttamente nel Dock.
Il software, disponibile per il download dal sito dello sviluppatore, si installa con un comune drag and drop, offre inoltre alcune configurazioni per la visualizzazione, la scelta della scala tra Celsius e Fahrenheit, l’intervallo di aggiornamento dei valori, il range da mostrare e il tipo di transizione dalla visualizzazione di un dato all’altro.
Logicamente per rendere sufficientemente leggibili i dettagli dei valori, il Dock dovrà avere l’ingrandimento attivo (meglio se al massimo), ma per chi proprio non gradisce questa impostazione è possibile aprire la finestra di riepilogo dei dati direttamente dal programma (mela+o) e scegliendo (sempre dal menù Finestra) il livello di opacità della stessa, con una scala decimale da 1 a 100%.
ThermoInDock, prodotto dalla software house d•light, è un software gratuito che funziona egregiamente su Mac con processori PPC e Intel, che abbiano almeno Mac OS X 10.4 installato. È leggero, agile e consuma pochissime risorse.

Un browser giovane, per macchine mature

Come si fa a non voler bene ai ragazzi di TenFourFox?
Aprite la loro home page e leggete quello che scrivono…
Sono fra i pochi che considerano ancora importante dare una dignità ai nostri stupendi Mac PPC, ed hanno perciò colmato la terribile lacuna lasciata da Mozilla. Nero su bianco, sul sito di Mozilla, c’è scritto che dell’architettura PPC non interessa più nulla a nessuno, per cui il supporto è cessato con Firefox 3.6.
Firefox 4.0 per PowerPC? Nisba!
Invece ecco che arriva TenFourFox, una versione di Firefox per PPC, anzi tante diverse versioni, ognuna ottimizzata per un diverso tipo di processore, compatibili con Tiger, Leopard, ma anche con macchine Intel (grazie a Rosetta) fino a Snow Leopard.
La scarico e la provo subito, e dopo un paio di giorni le ho dato l’onore di diventare il browser di default. Perché?
Semplicemente perché funziona meglio di Safari, è più veloce nella navigazione e meno affamato di risorse. L’ho provato con pagine terribili, come quella del corriere della sera, ed anche con pagine strane, Bullettin Boards, Virtual Private Networks, Web Access Emailer… Funziona tutto.
Avete un PowerMac? un iMac G3, G4 o G5? Un Powerbook? Scaricatelo e provatelo! Grazie a Cameron Kaiser, David Fang. Edwin Smith, agli amici di LowEndMac e 68KMLA.
TenFourFox richiede Mac OS X 10.4.11 o Mac OS X 10.5.8, 100MB di spazio libero su disco e 256MB di RAM. Per la riproduzione fluida dei filmati si consiglia almeno un processore G4 a 1.25GHz. Per la gioia e l’orgoglio degli sviluppatori, le macchine Intel non sono (e non saranno mai) supportate nativamente. Per inciso, se avete una vecchia macchina con Mac OS 8.6 fino a Mac OS 9.2.2, oppure Mac Os X fino alla 10.3.9, c’è una risposta anche per voi.

Sincronizzazione Wireless per periferiche iOS

Ebbene sì, alla fine il Guru ha beccato anche me “costringendomi” a recensire qualcosa… del resto facendo parte di questa comunità non potevo tirarmi indietro.
Wi-Fi Sync è una di quelle piccole cose che, assieme a tutte le altre più o meno importanti, danno una ragione per effettuare il tanto amato/contestato Jailbreak delle nostre amate periferiche Apple con iOS.
Purtroppo mamma Apple mantiene il sistema iOS chiuso alle sole applicazioni provenienti dall’AppStore; c’è chi dice che questo sia un bene, chi se ne lamenta: di fatto è una limitazione imposta da Apple che, oltre a guadagnare soldi e popolarità su ogni applicazione venduta, applica anche un filtro, elevandosi a giudice di cosa va bene e cosa non va bene; permettetemi di dire che, su una periferica che ho pagato per intero, vorrei poter decidere io cosa installare o meno e, a quanto pare, anche la giustizia americana la pensa allo stesso modo, visto e considerato che il Jailbreak, in America, è ritenuto legale.
Wi-Fi Sync lo conoscevo da tempo, ma un pò per pigrizia, un po’ per dubbia utilità, mi sono sempre rifiutato di provarlo, almeno fino ad oggi. L’utilizzo è semplicissimo e fa esattamente quel che dice: sincronizza le periferiche iOS con iTunes senza bisogno di collegare il cavo tra esse e il nostro Mac (o PC che sia).
In pratica è necessario installare (su Mac o PC) un piccolo programma residente (che però tanto piccolo non è considerato che assorbe ben 47,9 Mb di memoria reale e 116,1 di memoria virtuale), che come altri del genere (ad esempio Air Mouse che invece occupa 17 e 100,2 Mb) rimane in attesa della chiamata della sua omonima applicazione per iOS. Il tutto è reperibile sul sito degli sviluppatori (www.getwifisync.com) nella versione per il S.O. che ci interessa: Windows, Snow Leopard, Leopard; sul sito è presente anche un pratico uninstaller per Mac OS X.
L’applicazione è reperibile su Cydia Store, ovvero l’App Store alternativo con le applicazioni non approvate da Apple, al costo di 9,99 dollari.
Al primo avvio dell’applicazione sul nostro dispositivo iOS, se avete installato il programmino sul Mac, vi verrà richiesto di abbinare i due dispositivi; questo accadrà ovviamente solo la prima volta.
Ad ogni avvio della applicazione sul dispositivo iOS, apparirà all’interno di iTunes sul vostro Mac sotto la voce dispositivo, il vostro iPhone/iPad, senza la necessità di collegarlo col cavo, e potrete effettuare la sincronizzazione come se fosse effettivamente collegato col cavetto; come terminate l’applicazione sull’iPhone/iPad, scomparirà dall’elenco dei dispositivi di iTunes.
A dirla così sembra una inutility e invece, a provarlo, diventa anche comodo. Sta all’utente finale valutare poi se questa comodità valga o meno i 10 dollari richiesti.

Più OS X per tutti (o quasi)

XPostFacto è un’applicazione che permette di spingere un po’ più in là (alcuni) limiti imposti da Apple ovvero far girare Mac OS X anche Server, fino a Tiger incluso, su alcune macchine Apple non supportate, poiché troppo datate.
L’applicazione è stata sviluppata da tale Ryan Rempel come open source, per la quale però sono accettate donazioni, e viene distribuita dal sito di OWC (Other World Computing), ovvero la Disneyland statunitense per chiunque si interessi di Apple e affini.
Se non esistono pranzi gratuiti, come appunto gli statunitensi dicono, anche XPostFacto ha la sua buona dose di spine e queste sono in parte evidenziate nella stessa tabella di compatibilità del software. Come accennato dallo stesso Rempel in una sua intervista a Accelerate Your Mac, la casistica dei possibili problemi è ampia e variegata. Nella pagina dettagliata di XPF si incontra un’impressionante serie di “in certi casi”, “a volte”, “sembra che”, “spesso”, “almeno a volte”, “è possibile”, “non capita sempre” e, giusto ad esempio, la sola parola “sometimes” ricorre trentaquattro volte. In sintesi, a seconda della configurazione hardware di partenza (intendendo anche quella cerebrale del proprietario della macchina) e della pazienza, l’installazione di XPF e dell’appropriata versione di Mac OS X può spaziare, escludendo la passeggiata nel parco, da una impegnativa camminata in montagna ad un tranquillo week-end di paura (scena del maiale inclusa).
D’altra parte, come anche garantito dallo sviluppatore, “pare” che sia garantita una stabilità eccellente, se e quando Mac OS X venga così installato con successo su macchine ufficialmente non supportate.
Il Vostro Umile Narratore, evidentemente dotato di una buona dose di fortuna cioè di una macchina particolarmente disponibile all’aggiornamento, è riuscito dopo innumerevoli tentativi a portare un WallStreet G3 Series II aggiornato con scheda Sonnet G4 500 MHz e OS 8.6 direttamente a Tiger, grazie anche a due banchi di RAM da 256 MB per un totale di 512 a differenza degli ufficiali 192. Ora il giovanotto fila che è un piacere e, all’occorrenza, può anche partire in 9.2.2. Come se non bastasse, e contrariamente a quanto pare avvenga per altre macchine, l’intera dotazione hardware del PowerBook viene riconosciuta con l’unica eccezione apparente dei pulsanti di regolazione della luminosità dello schermo.
Ovviamente, dopo l’installazione di XPF, bisogna dimenticarsi di usare Preferenze di Sistema > Disco di Avvio, ma selezionare il sistema da cui riavviare solo tramite il pannello di XPF (del quale si consiglia caldamente di lasciare invariate le impostazioni una volta trovata la combinazione vincente).
Va specificato che in macchine con configurazione Old World ROM va sempre tenuto ben presente il problema degli 8 GB di disco di avvio ovvero il sistema funzionerà finché rimane nei primi 8 GB di disco, quale che sia la dimensione del disco. Difatti, dato che si consiglia di partizionare per avere una partizione di avvio ed una per i documenti, è consigliabile allora crearne direttamente una terza per Classic così che ognuno stia a casa sua. Si leggono in giro testimonianze contrarie che affermano che il sistema funziona perfettamente anche con partizioni maggiori ma pare che siano solo degli ottimisti della prima ora in quanto il sistema impiegherà del tempo prima di andare a scrivere qualcosa oltre i primi 8 GB ed allora l’ottimista si sarà anche dimenticato di aver scritto entusiasticamente in qualche forum su come si possa installare senza partizionare a 8 GB. Per motivi di diverso calcolo delle dimensioni tra sistema decimale e binario, per mettersi comunque al sicuro e non vedersi un bel giorno il sistema non avviabile e dover ricominciare ad installare XPF da capo (vedi scena del maiale) e forse anche un poco per ignoranza visto che l’argomento è piuttosto sconosciuto, si consiglia anzi di creare la partizione di avvio di 7 GB o leggermente inferiore così che anche quella piccola per Classic possa risiedere nei primi 8 GB. Qualche link simbolico, ad esempio per la cartella Applicazioni, o una procedura per spostare la home nella partizione dei documenti possono aiutare a convivere felicemente con il limite degli 8 GB. Nel caso, ci si potrebbe spingere oltre e muovere gli swap files o semplicemente eseguire qualche log out o addirittura riavvio quando necessario.
XPostFacto è arrivato nel tempo alla sua versione 4.0 che appunto permette su alcune macchine anche l’installazione di Tiger, una vera soddisfazione per tutti i suoi numerosi estimatori. Il programma è gratuito, a parte le eventuali libere donazioni, e per sapere i requisiti di sistema è meglio mettersi a studiare in funzione di quale configurazione hardware si disponga e di quale sistema si desideri.

Il Backup a 360 gradi

L’ottimo Eugenio (alias weuben, amico e cofondatore de iMaccanici), dopo numerosi e fortunati anni passati ad usare il Mac, senza mai fare il backup dei dati del suo Macintosh HD, ha deciso solo nel 2011 di dare inizio a questa sana pratica, complice anche il crollo dei prezzi degli HD, la loro spaventosa capienza e soprattutto la sua decisione di usare un sistema Raid 0 software come disco di avvio del suo Mac Pro (combinazione velocissima, ma piuttosto rischiosa).
Tante volte ci siamo seduti al bar per parlarne; in effetti avere una buona politica di backup dovrebbe essere obbligatorio per tutti. In un’epoca in cui 2TB di memoria possono costare meno di 70 euro, chiunque perda i proprio dati per mancanza di una seconda copia non è più giustificabile. In nessun modo.
Eugenio, dopo aver deciso di affidarsi ciecamente a Time Machine per la copia totale del suo Hard Disk principale, s’è fatto convincere nella meticolosa ricerca di un software per mettere ulteriormente i suoi dati in salvo, un programma da affiancare a Time Machine, che sia completo, personalizzabile e non troppo caro. Alla fine sembra esserci riuscito con SuperDuper! di Shirt Pocket.
Questa utility, creata nel gennaio del 2004, sembra unire i vantaggi dei più diffusi software di backup, infatti al costo di circa 21 euro è possibile con lo stesso software clonare un disco di avvio (come con Carbon Copy Cloner), usare la tecnologia Sandbox per installare un nuovo Sistema con ex-novo salvando le applicazioni aggiunte in precedenza, ma anche sincronizzare cartelle e volumi su dischi o immagini disco (lettura/scrittura o compresse a vari livelli).
Non mancano funzioni di verifica e riparazione dei permessi al disco sorgente; funzioni di inizializzazione del disco di destinazione, copia incrementale o speculare; azioni da compiere al termine del backup (cambio e riavvio dal nuovo disco di avvio, espulsione del disco di destinazione, spegnimento del Mac o semplice chiusura del software). E fin qui stiamo parlando delle preferenze ordinarie. In quelle avanzate è possibile scegliere: script/shell da eseguire prima dell’inizio della copia; l’esclusione della lista di controllo degli accessi (ACL) durante la copia; la creazione di un disco immagine, di un pacchetto di installazione e script/shell da eseguire al termine della copia.
È possibile scegliere volumi di rete come sorgente o destinazione; è possibile pianificare le operazioni di backup: il programma si occuperà di collegarsi al disco remoto, eseguire il suo compito di copia dei dati e spegnersi autonomamente.
Nel pacchetto del software sono inclusi dei preset (detti Copy Script) per essere subito operativi, ma logicamente è possibile modificarli o crearne di nuovi direttamente dal programma. La flessibilità offerta è straordinaria, ma soprattutto la qualità della copia dei file (come è lecito attendersi da un software capace di fare copie avviabili).
Insomma SuperDuper! ha tutto quello che serve, proprio tutto. È un programma definito da molti recensori nostrani estremamente “facile da utilizzare”. Non è solo un software per creare una copia esatta bootable del proprio hard disk, non è solo un tool per i backup rapido e affidabile, ma è un programma completo la cui potenza viene espressa ai massimi livelli solo da utenti più esperti, capaci di mettere la mani al posto giusto.
SuperDuper!, è disponibile per il download dal sito dello sviluppatore in versione trial funzionante, ma con alcune limitazioni sulla programmazione dei backup automatici.
Richiede Mac OS X 10.4 e funziona egregiamente anche con l’ultima release di Snow Leopard.

Provato per voi il joypad fisico per iPad

Ten One Design, la stessa casa produttrice di PogoStylus e PogoSketch, i migliori pennini in circolazione per iPhone ed iPad, ha da poco (lo scorso 28 gennaio) messo in commercio un piccolo dispositivo semplicemente geniale, che farà sicuramente la felicità di tutti i videogiocatori che sentono la mancanza di un joypad “fisico” con tutti i vantaggi che questo ne comporta, in primis l’importantissima percezione tattile. Sensazione che permette una maggior precisione e rapidità di movimento con conseguente miglior risultato nelle prestazioni videoludiche.
La struttura portante è composta in una forma circolare a spirale e da due ventose che permettono il fissaggio all’iPad, il tutto in plastica trasparente per permettere la visione del display attraverso di essa (quando l’iPad si illumina è praticamente invisibile).
In genere l’approccio con questi aggeggi è un misto tra titubanza e diffidenza, ma dopo averlo visto in azione e letto i numerosi feedback positivi in rete, soprattutto quello di IGN (autorevole sito del settore, che gli ha dato una votazione altissima per i loro standard), ho deciso di acquistare Fling e devo dire che mi ha piacevolmente sorpreso! Non per caso Fling ha entusiasmato tutti quelli che lo hanno provato durante la presentazione avvenuta allo scorso CES (Consumer Electronic Show) di Las Vegas.
Fling è disponibile con la parte finale della spirale nei colori Ice, Ninja e Ultraviolet, costa 19 dollari in versione singola e 29,94 dollari in quella doppia. Destinato a tutti quelli che ne sentivano la mancanza e consigliatissimo a tutti i videogiocatori incalliti (e non)!