Prevenire, e tracciare, è meglio che curare

Parlare o tacere? È meglio trattare o meno l’argomento dei vari software “antifurto” o di recupero? Ovvero è consigliabile parlarne aiutando così sia la potenziale vittima che l’eventuale ladro o ricettatore o invece si dovrebbe tacere senza assistere né l’uno né l’altro?
Visto comunque che ormai queste applicazioni sono piuttosto numerose e diffuse, e che in effetti parlarne è un po’ come fare pubblicità a lucchetti e serrature, troviamo una soluzione di compromesso ovvero parlandone senza entrare troppo nei dettagli e lasciando l’onere dell’approfondimento ai diretti interessati…
Come detto, esistono diversi programmi per ogni piattaforma fissa o mobile che, in determinate circostanze, permettono di rintracciare una macchina rubata o persa. Per brevità, vediamone un paio gratuite ma piuttosto complete, Prey e VUWER, tralasciando quelle più semplici e le altre puramente commerciali quali Undercover, Hidden, o GadgetTrak.
Mentre Prey è il classico programma gratuito con funzioni limitate che accompagna il fratello maggiore Pro a pagamento, VUWER invece viene sviluppato da un’università da cui prende il nome: Vanderbilt University Web Enabled Recovery. Le diverse origini, rispettivamente semi-commerciale il primo e para-accademico il secondo, si rivelano pienamente nelle diverse strutture, interfacce ed ovviamente installazioni e configurazioni. Prey prevede un dmg che contiene un comodo configuratore; in seguito il software è praticamente invisibile, a meno che occhi esperti non vadano a cercare nei posti giusti, ed ogni modifica può essere fatta con lo stesso configuratore o con il pannello di controllo sul sito della società. Insomma una roba da signori e, per chi avesse dubbi, molte risposte vengono fornite nella pagina delle FAQ.
L’installazione e la configurazione di VUWER sono invece di tutt’altro stampo e richiedono studio e attenzione soprattutto per l’originalità e l’articolazione del funzionamento del programma. Basta dare un’occhiata fugace alla pagina delle istruzioni per capire che i deboli di cuore e gli impazienti hanno vita breve. Un solo dettaglio: i parametri di configurazione devono essere pubblicati su un sito Google creato apposta e le notifiche verranno inviate da una email Google anche questa creata per l’occasione. Ah, ovviamente questa installazione è il sistema consigliato cioè quello per i novellini mentre poi esiste l’opzione 2 (“Experienced Users Only!”, notare il punto esclamativo). Anche VUWER risulta poi invisibile all’utente ed agisce in background.
Ogni installazione di questi programmi, insieme ai quali viene spesso consigliato di creare sulla macchina un account guest di libero accesso, deve poi concludersi con una prova dal vivo ovvero con l’attivazione remota del software ed un verosimile comportamento di chi possa aver trovato o rubato la macchina.
A chi si vuole cimentare con lo scenario da signorini di Prey (viene fornito anche l’uninstaller) o con l’opzione per gli amanti del cacciavite di VUWER, si può solo consigliare un’abbondante dose di attenzione soprattutto in modo da avere sempre e subito a portata di mano le varie chiavi di attivazione, nella “denegata ipotesi” che effettivamente l’oggetto tracciato venga smarrito o rubato. Difatti, mentre questi programmi vivono sornioni la vita di ogni giorno, al momento del furto o smarrimento esistono modalità per svegliarli dal letargo e cominciare a farli lavorare andando a rastrellare ogni possibile tipo di informazione dalla macchina tracciata. In termini di informazioni raccolte, i due software sono molto simili ed entrambi, su scelta dell’utente, possono raccogliere ed inviare la posizione, le schermate, le immagini da iSight e varie altre informazioni.
D’altra parte, si dice che occasionalmente questi programmi abbiano permesso l’individuazione di ladri e soprattutto il recupero delle macchine. Per gli appassionati del genere, si può anche vedere come qualcuno sia riuscito a tornare in possesso della propria macchina anche senza un software specifico come questi ma con un servizio di DNS dinamici, DynDNS, insieme a parecchia abilità e pazienza.
In ogni caso, per avere questo controllo sulle nostre macchine, si deve scendere a compromessi con la privacy ed accettare che una buona e saporita fetta dei nostri dati personali, a partire da geolocalizzazioni a schermate e foto passino per server di società di cui, in fondo, sappiamo poco e niente.
Prey ancora viene fornito in versione 0.5.3 ma, a dispetto dello zero, pare funzionare egregiamente. Chissà quando si sentiranno abbastanza sicuri da sfoggiare una versione uno. Gli ambienti per cui è sviluppato sono i seguenti: Windows, Ubuntu, Android, Mac OS, Linux, iOS (novità di novembre 2011). Come anticipato, può anche risultare conveniente l’opzione di passare ad un account Pro con una spesa a partire da 5 o 15 US$ al mese.
VUWER è arrivato da poco alla versione 1.5.2 per Mac ovvero da Tiger a Lion.
E per chiudere, un grande classico: Nathan Muir – Quando Noè ha costruito l’arca? Prima che piovesse (Spy game, 2001, Tony Scott).

Registrare lo schermo del Mac

È evidente a tutti, fin dall’introduzione di QuickTime X, come la possibilità di creare screencast sia una tecnologia resa gratuita da Apple ed alla portata di tutti. Tuttavia le opzioni sono limitate* alla scelta del microfono, alla qualità del filmato (con delle forti incongruenze) ed alla scelta della cartella di destinazione, oltre alla possibilità di selezionare la sola parte utile del filmato e la pubblicazione diretta su YouTube, iTunes e iCloud.
Per effettuare screen recorder professionali bisogna ricorrere a programmi a pagamento, e su tutti eccelle iShowU HD di shinywhitebox, un software altamente specializzato nell’acquisizione video, e soprattutto audio, di tutto quanto venga riprodotto sul Mac dalle sue applicazioni.
Il punto di forza di iShowU HD è proprio la registrazione diretta dei suoni emessi dal Mac, basata sull’installazione di Soundflower che finalmente è compatibile anche con OS X Lion.
iShowU HD registra video di alta qualità, da editare con iMovie, Final Cut o altro e permette di eseguire l’upload diretto verso YouTube.
Una nutrita serie di preimpostazioni permette di scegliere con esattezza l’area di cattura e la dimensione di uscita del filmato, secondo le risoluzioni standard più diffuse o in base ad una personalizzata che si desidera utilizzare.
Si può scegliere quale sorgente audio utilizzare (microfono integrato o ingressi vari) inclusa quella di sistema, ossia i suoni riprodotti dal Mac o dalle sue applicazioni (isolando le altre). Si può scegliere se mostrare o meno i click del mouse, se seguirlo o meno; se includere nella registrazione anche una ripresa con la iSight (o simile); se aggiungere immagini o altri contenuti multimediali al filmato; a che qualità video registrare e con quale tipo di formato QuickTime compatibile.
Una comoda finestra di anteprima permette di vedere in tempo reale quello che verrà acquisito prima di avviare la registrazione. È possibile aggiungere una filigrana, modificare l’aspetto del cursore e molto altro.
Il software è disponibile in italiano grazie al tenace lavoro svolto da Italiaware, che storicamente offre anche altri software localizzati nella nostra lingua, tutti con la possibilità di essere provati prima dell’acquisto, mentre la ricca sezione di supporto per l’applicazione è in inglese ed è disponibile tramite sito web (non mancano manuale utente, tutorial, ed una sezione di FAQ), via e-mail e addirittura per telefono, ma forse è scomodo (e costoso) contattarli a voce in Nuova Zelanda (dall’altra parte del mondo) anche a causa del fuso orario sfavorevole.
iShowU HD costa 50 euro nella versione Pro, 25 euro nella versione standard e per le vecchie versioni di Mac OS X (10.4) è disponibile iShowU (senza HD) all’agevole prezzo di 18 euro, centesimo più centesimo meno.
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*Piccolo trucco per QuickTime X: procurandovi un comune cavo mini-jack stereo (maschio maschio) è possibile collegare l’uscita delle cuffie con l’ingresso audio del microfono e registrare così i suoni emessi dal Mac, ma è un’operazione impossibile sui Mac recenti dotati di unica porta in/out audio.

Conversione video per iPad

Ebbene sì… prima o poi doveva succedere. È quello che dicono spesso gli amici.
Nel mio caso, è successo che sono uscito da un negozio con un iPad 2 sotto il braccio (più sottile, leggero, veloce. Con FaceTime, Smart Covers e batteria da 10 ore)! E pensare che passavo di lì per caso, giuro! Sono entrato solo perché c’era l’aria condizionata e avevo caldo. Vabbé, tanto nessuno mi crede…
Comunque, in questi giorni di esperimenti vari, cercavo uno strumento (gratis) semplice ed efficace per convertire qualche film in un formato adatto ad essere visto sul nuovo giocattolo.
Curiosando nel Mac App Store ho trovato ai primi posti delle applicazioni gratuite questo Smart Converter prodotto da ShedWorx , software house australiana specializzata in programmi di conversione video (come VoltaicHD e RevolverHD, per esempio).
Smart Converter è semplicissimo, no frills come dicono gli inglesi: si trascina il video sulla finestra del programma, si seleziona verso quale “media” deve essere esportato e si avvia la conversione.
Principali formati sono: Apple Tv, iPad, iPhone, Android tablet/phone, solo musica. Per un filmato avi di 1,47 Gb (1h 48 min) la conversione ha impiegato poco più di un’ora, utilizzando il 100% di un solo “processore” sui 4 core offerti dall’iMac i5. Tale limite penso sia dovuto all’uso di ffmpeg. Peccato, poteva essere più rapido. Ma questa è solo la versione 1.0 pubblicata questo mese!
La qualità del filmato rielaborato è molto buona, non si notano differenze evidenti dall’originale e al termine il file .m4v così creato (circa 1 Gb di peso) viene automaticamente aggiunto alla libreria di iTunes. Da qui all’iPad (o altro dispositivo) ci vuole un attimo.
Smart Converter è adatto a chi -come me- soffre da pigrizia dovuta al caldo estivo. Per tutti gli altri e per risultati migliori, ovviamente è meglio restare su Handbrake e simili. Buona visione!

L’anello mancante

Siete appassionati ascoltatori di trasmissioni quali “Il terzo anello – Ad alta voce” di Radio 3? Vorreste ascoltarla in mp3 dove, quando e come volete? Non ve ne potrebbe interessare di meno ma suocera, moglie, figlia e soprattutto amanti vi pressano per farlo (nota per il gender balance: vale anche al contrario per quanto una suocera non sarà mai un suocero)? Oggi, ma anche dall’altroieri, la risposta è radioPodder.
L’applicazione può scaricare e convertire in mp3 risorse audio in formato real-audio dai siti web che le ospitano e che altrimenti sarebbero ascoltabili solo in streaming. Una volta scaricati e convertiti, i file possono ovviamente essere caricati su un iPod o utilizzati a piacimento. Nel caso di “Ad alta voce”, l’applicazione è già predisposta di un’opzione per riconoscerne le pagine ed estrarne gli mp3 ma lo sviluppatore informa che radioPodder può funzionare anche con siti simili. Solamente dalle pagine web della trasmissione sono comunque scaricabili diversi romanzi i cui link si trovano in un elenco, per quanto fermo al 2008, nello stesso zip di radioPodder. Altri link possono essere cercati sullo stesso sito RAI o si può provare ad usare altri siti contenenti file real-audio o simili.
Il programma si appoggia a cURL, Lame e MPlayer e difatti, se si ha LittleSnitch a controllare il traffico in uscita, vanno aperti alcuni cancelli, alcuni in via definitiva, o occorre fornire conferma per ogni file che viene scaricato. Mentre lo scarico avviene in maniera rapida, a seconda di connessione e rete, la conversione può richiedere alcune decine di minuti, ovviamente in funzione del tipo di macchina.
Il programma esiste in versione tigrata e leopardata e gira sia su PowerPC che Intel.
Non solo radioPodder fa una cosa e la fa bene, ma sul sito non viene nemmeno menzionata la vile moneta o possibili contribuzioni all’autore e quindi pare poco elegante anche solo continuare a parlarne.
Tutto considerato, allo sviluppatore si potrà anche perdonare il non aver incluso iMaccanici nella pagina dei link (ma lo si può sempre invitare a farlo).

Un Blu-ray davvero compatibile

Uno dei problemi che affligge chi possiede un computer, indistintamente Mac o PC, è trovare un lettore DVD e/o Blu-ray che non faccia troppe storie nel “vedere” o leggere gli HDD esterni collegati alla porta USB per vedere filmati o immagini.
Basta un breve giro sul web per rendersi conto di quante persone lamentino che il loro DVD player (non importa se nuovissimo, né di quale marca sia) si rifiuti sistematicamente di riprodurre sul televisore di casa qualsivoglia file video, audio o immagine.
Avevo, un paio di mesi fa, comprato un lettore DVD LG (non Blu-ray) di cui avevo letto recensioni positive ma, ahimé, non avevo pensato di documentarmi meglio sulle sue effettive capacità di leggere dischi esterni di storage: tutto andava (abbastanza) bene con le memorie flash (meno coi DVD), ma con l’HD Western Digital da 2 TB (acquistato successivamente e segnalato sul nostro sito dall’amico Fragrua) non c’è stato nulla da fare! Ho cercato allora di approfondire meglio e ho visto che molti segnalano la marca Philips come una delle meno “schizzinose”.
Sbarazzatomi dell’LG (spesi una settantina di euro) ho deciso di rischiare e, approfittando di un’offerta Trony, ho preso un lettore Blu-ray Philips, modello BDP3100, appartenente alla fascia “basica” della Casa olandese. Sottolineo che nessun produttore garantisce la compatibilità dei propri DVD player con tutti i dispositivi USB, neppure Philips…
Non mi dilungo sulle caratteristiche e sulle specifiche del modello, che potete trovare a questa pagina, vi basti sapere che funziona alla grande, non solo legge senza problemi i DVD “fatti in casa” ma, cosa più importante, è dotato di ben due porte USB alle quali potete collegare il vostro hard disk esterno e le vostre Pen drive senza paura che non riusciate a vedere i vostri film o le vostre foto preferite!
Semplicissima e amichevole la grafica del menu a video, altrettanto chiara la tastiera del telecomando (un aspetto, questo, da non sottovalutare per chi non ci vede molto bene o detesta il disordine di certi controller).
Un’avvertenza: la porta USB posteriore, secondo le istruzioni, dovrebbe essere destinata unicamente all’aggiornamento del firmware, ma ho piacevolmente constatato che è possibile usarla tranquillamente per collegarvi anche pennette o lo stesso HD, a riprova di quanto poco difficile sia l’apparecchio, purché abbiate la pazienza di attendere qualche secondo, ignorando la scritta che dice “nessun dispositivo USB rilevato” (e questo vale anche per la porta anteriore, probabilmente per lasciare il tempo necessario al trasferimento delle informazioni).
In conclusione, con meno di 70 euro (in promozione) vi trovate un lettore Blu-ray da tavolo senza troppi fronzoli, ma con tutto ciò che serve e che funziona a dovere!

Felice, con la testa tra le nuvole

Quasi tutti noi “maccanici” abbiamo installato ed usato con soddisfazione DropBox, il servizio gratuito di condivisione file e sincronizzazione di cartelle remote, diventato rapidamente leader nel settore. Sappiamo benissimo che non è solo uno spazio online dove mettere i propri file, perché il software offre tante funzioni avanzate e comode.
Recentemente però la concorrenza si fa sempre più agguerrita, cercando di farsi spazio con proposte invitanti ed offrendo funzionalità più moderne. Tra questi dovrebbe esserci CloudApp, un programma subito affermatosi (oggi è primo in classifica in Mac App Store) che rende le cose ancora più facili, ma che secondo la nostra opinione non è in diretta concorrenza con DropBox, anzi in qualche modo potrebbe affiancarlo, oppure rivolgersi ad un target di utenza leggermente diverso. Infatti, anche se all’apparenza potrebbe sembrare la classica “alternativa a DropBox”, il funzionamento di CloudApp è completamente diverso, ma certamente semplice, integrato, accessibile, affidabile ed estensibile, proprio come promesso dalla spagnola Linebreak.
Al primo lancio del software (che si chiama semplicemente Cloud e si scarica da qui) bisogna registrarsi inserendo la propria e-mail ed una password destinata al servizio (come ben sapete, evitate di usare la stessa password della casella di posta). La registrazione avviene all’interno del software ed è praticamente immediata. L’utilizzo è facilissimo: nella barra dei menù c’è un’icona a forma di nuvola e basta buttarci i file dentro, siano essi filmati, audio, archivi, testi… ma anche applicazioni e qualsiasi altra cosa.
I file vengono “spediti sulla nuvola” con un trascinamento o tramite una abbreviazione da tastiera, in cambio viene fornito un URL nella memoria degli appunti, da incollare dove ci fa più comodo.
A differenza di DropBox nessuna cartella del Finder è “sensibile” alla sincronizzazione, ma i documenti sono accessibili da Internet alla pagina Drops del proprio Account CloudApp tramite interfaccia web (Safari ovviamente funziona benissimo).
L’ultima versione del client (rilasciata recentemente) è la 1.5, alla quale gli sviluppatori hanno lavorato per mesi per offrire funzioni di condivisione ancora migliori, come l’invio dei file tramite gli appunti, il monitoraggio delle visualizzazioni dei file caricati anche dall’iPhone con Cloud2go, la gestione avanzata dei file tramite web… insomma, piove sul bagnato.
È il caso di provare CloudApp, le recensioni sul Mac App Store sono entusiastiche! Basta avere Mac OS X 10.6.6 e qualcosa da condividere, ma (come sempre) che non sia troppo “privato”.

Il fotoritocco facilitato

Diciamo la verità. La fotografia è una delle passioni più comuni e da quando il digitale ha sostituito la pellicola, tutti noi ci sentiamo autorizzati a giocare con le nostre immagini, almeno per migliorarne l’esposizione e il contrasto. O più semplicemente, per renderle vivide ed attraenti.
Facilitare le piccole operazioni di fotoritocco: questo è l’obiettivo di Photo Sense, per ora unico software prodotto dalla VeprIT, neonata società registrata in Olanda (nel 2011!) da due appassionati di fotografia, l’ingegnere informatico Demid Vladimirovich Borodin e la matematica Olga Kleptsova.
Il programma (2,2 Mb) si scarica da qui: veprit.com/photosense/download e si installa col più classico dei drag ‘n drop. La fiducia non manca: è possibile provarlo gratuitamente per 10 giorni, ma non salvare i risultati ottenuti.
Dopo la prova, gli entusiasti potranno acquistarlo su Mac App Store per (soli?) 26,99 euro, oppure partendo dal sito dello sviluppatore per 26,18 euro, ma non chiedetemi perché costa meno!
Photo Sense è solo in inglese e c’è scritto che gira su Mac con processore Intel, 1 Gb di Ram, da Mac OS 10.5 in poi. Tuttavia, su iMac i5 da 2,66 Ghz, Snow Leopard e 4 Gb di ram non è apparso velocissimo nell’elaborazione di file jpg di appena 12 Mb, oltre al fatto di divorarsi letteralmente quasi 2 Gb di memoria!
L’interfaccia si presenta subito in modo semplice: poche icone in alto e una scritta che campeggia su sfondo grigio “puoi trascinare le tue immagini qui”. Bene, trascinatele, cliccateci sopra e in modo automatico il software si occupa di “migliorare” le vostre foto. Le potete osservare affiancate, prima e dopo l’elaborazione, che può essere personalizzata solo includendo o escludendo le opzioni disponibili. Per esempio si può chiedere di aggiustare l’esposizione e i colori, ma di lasciare inalterato il contrasto, e così via.
Si può ritagliare e ruotare l’immagine oppure applicare una dozzina degli effetti più comuni: b/n, seppia, colorazione cyan o verde…
In sintesi: Photo Sense può essere di aiuto a chi vuole migliorare le proprie immagini, ma non ha tempo da perdere, né voglia di imparare software più complessi o molto più costosi. Onestamente bisogna riconoscere che nelle prove fatte, il risultato è stato più equilibrato di quello ottenuto con “Migliora” di iPhoto, ma almeno pari al “Mi sento fortunato” di Picasa. Il software non è invece consigliato all’appassionato di fotografia che non si accontenta di un risultato automatico e che vuole controllare ogni parametro dell’immagine. In tal caso Aperture o Lightroom restano insostituibili.
Per tutti gli altri, può essere il caso di tenerlo d’occhio: il “ragazzo” è giovane, fin troppo, e avrà tempo per migliorarsi. La ricetta di base è buona. In futuro ci aspettiamo una localizzazione in più lingue, un prezzo più appetibile, qualche possibilità di personalizzazione in più, ma soprattutto una miglior gestione delle risorse hardware. In bocca al lupo ai giovani e appassionati sviluppatori!