La realtà virtuale e il futuro TecnoSociale

Proprio mentre mi accingevo a pubblicare un articolo che affronta gli insidiosi temi della labile linea di confine che sempre più caratterizza il mondo reale da quello virtuale, mi è giunto un interessante testo di Gaetano Ruocco, che tratta altri aspetti dello stesso argomento. Questa forma di “telepatia” che ci unisce ha reso gli articoli complementari ed ho pensato di offrirveli entrambi, come interessante spunto di conversazione…

Il pericolo della realtà virtuale
Noi siamo scienza, non fantascienza, ricordate il vecchio spot televisivo Telefunken degli anni “80?
Eppure i viaggi sulla luna, che arricchivano i racconti fantascientifici fino agli anni 60, erano “solo” fantascienza, poi non più; anche le basi spaziali ormai sono realtà. Adesso tocca alla realtà virtuale, che non deve per forza essere quella che ci immaginiamo, casco in testa e guanti multimediali.
La realtà virtuale è anche quella che (più o meno) già viviamo quando ci lasciamo prendere la mano con chat, mailing list, forum, newsgroup o meglio ancora Second Life, Habbo Hotel, There, Weblo, Kaneva, Cybertown, etc. Queste persone che non conosciamo nella vita reale e che si creano un’identità astratta con la quale ci confrontiamo tutti i giorni fanno già parte di una realtà virtuale che ci coinvolge spesso troppo.
…SegueHo letto un articolo (anche se datato) segnalatomi da un caro amico sul sito disinformazione, che senza troppi mezzi termini disegna davanti ai nostri occhi un possibile scenario alquanto inquietante.

Alcune cose sono meno improbabili altre invece impensabili, quasi spaventose: Second Life si evolve in Spirit permettendo all’utente di vivere la vita di un qualsiasi personaggio, più o meno famoso, comprando la sua memoria (esperienze e sensazioni) per abbandonarsi ad una nuova vita, seppur finta, carica di belle emozioni. Un filmato di Prometeus profetizza: “Dispositivi che replicano i cinque sensi saranno disponibili nei mondi virtuali”, abominevole!

Ora, secondo quanto riportato dal fantasioso articolo, abbiamo ancora qualche decennio prima di lasciarci gradualmente assimilare dalla temibile evoluzione della tecnologia, e anche se tutto questo (lo spero) non dovesse mai accadere impegniamoci a non vivere di illusioni e ad affrontare la vita reale per quello che è, e non per quello che vorremmo che fosse.

—OraCle

Il futuro TecnoSociale: fra Spime e Arfidi
Qualche tempo fa mi è capitato di citare in mailing list un libro di Bruce Sterling, “La Forma del Futuro” (Ed.Apogeo).
Un libro che analizza i fenomeni tecnosociali in atto e che, come un suo illustre predecesore, la pietra miliare “Essere Digitali” di Nicholas Negroponte (Ed. Sperling & Kupfler), disegna scenari, propone decine di verosimili applicazioni future e induce a più di una riflessione.
A differenza del secondo, che ormai a distanza di anni trova molte delle sue “visioni” ampiamente realizzate, “la Forma del Futuro” risulta ovviamente più attuale ed intrigante.
Negroponte profetizzava la progressiva smaterializzazione dell’informazione in favore dell’immaterialità dei bit. In estrema sintesi il passaggio dagli atomi>materia al bit> particella elettromagnetica senza peso ne volume.
Ed oggi in effetti gran parte delle informazioni nascono e si diffondono sotto forma di bit (basti pensare all’inconsistenza della musica che passa dai server della rete sotto forma di immateriale agglomerato di bit chiamati mp3 per entrare nei nostri lettori, anch’essi resi materiali solo dall’esigenza di renderli trasportabili, altrimenti potrebbero vivere sotto forma di software nei nostri computer.

Sterling si spinge ben oltre. Forte di una coscienza ambientalista fra le più lucide del nostro secolo (ricordiamo il vasto movimento cyberpunk che si è sviluppato sposando le sue teorie), e da una cultura del progetto che vede nei design gli uomini chiave per trasformare le fantascentifiche possibilità già offerte dal mercato in una significativa tappa evolutiva di tutto il genere umano.
Anche se è bene operare un distinguo: i graphic designer si dividono in due grandi categorie: I professionisti della comunicazione visiva, che si occupano di realizzare e veicolare tutti i messaggi visuali che regolano l’informazione e la comunicazione, ed i designer industriali, in pratica coloro che si occupano di creare “oggetti”. Tutti gli oggetti di uso comune di cui ci circondiamo passano dalle loro mani (ma prima ancora dalle loro menti) e influenzano la società dei consumi, la tecnosocietà, più di quanto si possa immaginare.

In un contesto dove i software di modellazione tridimensionale si sono evoluti al punto di produrre molti più poligoni di quante molecole avrà l’oggetto in questione, egli già vede come inutile la realizzazione del prototipo del nuovo oggetto, nonchè la realizzazione dell’oggetto stesso che nella sua forma virtuale riesce appunto ad essere gia oggi molto più vero e definito del prodotto reale.

A questi prodotti vìirtuali più perfetti dei corrispondenti reali Sterling da il nome di “Spime”.
Estremamente sensibile al ciclo di vita del prodotto, uno Spime diventerà prodotto reale solo dopo che lo avremo analizzato nei database delle reti, lo avremo guardato da tutte le prospettive, ne avremo letto componenti e caratteristiche, ne avremo scelto tipo, materiali e colore. Solo se e quando decideremo che quell’oggetto fa al caso nostro lo ordineremo, rendendolo reale a tutti gli effetti. Prima di allora nessun esemplare avrà una sola ragione di affollare inutilmente il mondo reale.

Ma la duttilità e la lungimiranza degli Spime va oltre una produzione limitata all’effettiva domanda, in esso sono immagazzinate tutte le informazioni relative alle materie prime che lo compongono, alle aziende che si occuperanno del suo assemblaggio ed alla sua distribuzione e, cosa ancor più importante, uno Spime sa già cosa diventerà nel momento in cui smetterà di essere un oggetto utile e si trasformerà in rifiuto, quindi conterrà all’origine tutte le informazioni relative al suo disassemblaggio, recupero e riciclo di ogni singolo materiale che lo compone.

Quest’utopia solo apparente è già abbondantemente realizzata in combinazione con altri fondamentali “attori” che stanno già sostituendo gli obsoleti codici a barre EAN/UCC con i più sofisticati RFID.
Dietro questi impronunciabili acronimi (da Sterling ribattezzati “arfidi”) ci sono dei microscopici chips dotati di radio frequenze capaci di comunicare moltissime informazioni supplementari sul prodotto (o su ciò a cui viene associato) rispetto ai “primitivi” codici a barre che, fralaltro, a differenza degli arfidi necessitano dell’azione di un uomo dotato di lettore per essere decodificato. Gli arfidi sono così piccoli che già adesso vengono utilizzati in nazioni come la Slovenia iniettati negli animali domestici dal servizio del canile municipale che impiega ora un decimo del tempo per identificare un cuccioletto smarrito e renderlo ai propri padroni, evitandogli una triste sorte. Anche se è evidentemente in atto una pericolosa discriminazione fra animali arfidizzati e non (tipico rovescio della medaglia). Non oso immaginare il destino di un cane che viene beccato sprovvisto del suo microchip identificativo…

Ma quel che conta secondo Sterling è l’incredibile livello di classificazione che ogni oggetto in nostro possesso recherà con se, senza alcuno sforzo da parte nostra.
Immaginate un estensione ai massimi livelli di ciò che oggi ci offre un software come iTunes sempre per restare fra gli esempi musicali citati su.
Nel momento in cui inseriamo un cd musicale, in un attimo il nostro database è stato aggiornato circa il nuovo titolo della nostra collezione, di tutti i brani che lo compongono, oltre ad artista, durata, genere, copertina e quant’altro.

Questo criterio grazie agli arfidi sarà esteso a tutti gli oggetti in nostro possesso in quello che lui definisce un “Internet di Cose”, un mondo in cui cercheremo le nostre scarpe dal nostro personale Google che ci restituirà molte informazioni aggiuntive rispetto a quelle di cui avremo immediatamente bisogno, ma che soprattutto ci inchioderà alle nostre responsabilità nel momento in cui ci saremo disfatti di quelle scarpe ormai rotte non attraverso i canali previsti ufficialmente per quello Spime divenuto oggetto, e per cui è previsto recupero e reutilizzo di tutta la materia atomica che lo costituisce.

Come dite, bello ma molto Off Topic? Tranquilli, due menti fervide come quelle di Sterling e Negroponte non possono che essere dei MacUser dichiarati e convinti. E questo può bastare 😉

—WhiteDuke (Gaetano Ruocco)

Sottili riflessioni…

In questi mesi sono state migliaia le persone che, attraverso la stampa ufficiale o i propri blog personali, hanno potuto comunicare la propria opinione su uno dei computer Apple più innovativi di sempre: MacBook Air.
Infatti se si trascurano i commenti sulle caratteristiche tecniche, sulla qualità costruttiva, sul prezzo, non si può ignorare la presenza di questo “oggetto” e non si può non associare ad esso il termine “innovazione”, comunque sia la nostra opinione su di esso. Esistono infatti dei parametri universali, le idee e le intuizioni alla base di una nuova concezione di strumento portatile, che possono essere accettate universalmente come via verso la trasformazione e mutamento verso il futuro.
…SegueÈ probabile che, una volta individuate queste idee innovative, esogene al prodotto di Apple, si potrà sicuramente affermare quanto queste non siano state applicate pienamente nel caso di MacBook Air, ma sicuramente esso rappresenta un inizio, verso la realizzazione ideale di un prodotto. È dalle idee di oggettiva innovazione che viene fuori il nuovo di casa Cupertino. Portatilità e trasportabilità senza compromessi, approccio a nuovi metodi di memorizzazione per divenire standard, abbandono della vetusta concezione del trasporto via cavo in ambito consumer, attenzione all’inquinamento e all’ambiente.

Se si osserva MacBook Air a partire dalla concezione che gli ingegneri Apple si siano basati esclusivamente su queste idee per far crescere il loro pensiero di innovazione, ecco che ci si rende conto del risultato raggiunto: abbandono dei cavi, da cui la piena implementazione degli standard wireless, da cui l’annullamento di porte “fisiche” inutili; assenza di compromessi: deve rimanere un collegamento seppur minimo con il mercato attuale che vuole ancora troppe periferiche connesse con cavi, un monitor di dimensioni accettabili, una tastiera comoda da utilizzare; nuove tecnologie: la trackpad che riduce la percentuale di utilizzo della tastiera, il disco rigido con memoria elettronica, il processore di ridotte dimensioni; ambiente: materiali riciclabili, schermi LED. I dati oggettivi appena presentati non sono e non vogliono essere in alcun modo una scheda tecnica riassuntiva del MacBook Air: per questo basta andare sul sito di Apple, o leggere uno dei numerosi articoli dedicati al portatile di Cupertino; bensì essi devono essere letti tenendo ben presente lo scopo e l’obiettivo di raggiungimento di quelle idee innovative di cui sopra: non si potrà fare a meno di riconoscere che, se non al cento per cento, MacBook Air risponde adeguatamente a tali idee. Ma si era detto che il contenuto di queste idee appartiene a quella classe di nuove concezioni che fanno la loro realizzazione un traguardo innovativo; si può dunque affermare che MacBook Air è senza dubbio un prodotto innovativo, che non può essere ignorato.

Ma come rispondono gli utenti a tale nuova visione? La storia insegna che in numerosi casi di precursione dei tempi, molto spesso si è stati costretti a tornare indietro sui propri passi: l’evoluzione è avvenuta troppo velocemente, e il mercato ha rispedito al mittente la novità. È dato oggettivo recente che l’11% dei Mac portatili venduti da Apple sono MacBook Air, cioè circa 160.000 unità: tenendo conto del costo sicuramente non alla portata di tutti, è un risultato sicuramente molto positivo. Recentemente Apple ha intuito che l’innovazione si fa costantemente e a piccoli passi, permettendo così agli utenti di acquisire la giusta padronanza, l’adattamento del mercato alle nuove tecnologie, e il rimanere sempre in vetta come punto di riferimento trainante dell’innovazione elettronica ed informatica.

—Pask

Come funziona Time Machine

Di tutte le novità che Leopard ha introdotto nell’utilizzo quotidiano del Mac, forse Time Machine è la più complessa, pur se altrettanto semplice da usare. Il rivoluzionario backup automatico integrato non necessita di configurazioni da esperto e crea una copia di sicurezza di tutto il possibile, e di tutto quello che viene modificato sul Mac, spazio su disco permettendo.
La differenza principale tra Time Machine ed un tradizionale software di backup sta nell’approccio con l’utente, un classico programma di backup è costantemente al centro dell’attenzione dell’utente, Time Machine ha un solo obiettivo: farsi dimenticare.
Ormai in molti già lo usano, spesso dopo una diffidenza iniziale, e chi lo usa (ovviamente su un HD aggiuntivo) se n’è già dimenticato.
Ma come funziona realmente Time Machine? Cosa nasconde tutta quella semplicità e dove sono veramente i nostri file che ci appaiono candidamente nell’HD come se fosse grande decine di Terabyte?
In tutta onestà finora non ce lo siamo mai chiesti, ma non è mai troppo tardi.

…Segue

Anatomia di un backup.
Per il cominciare Time Machine copia tutti i contenuti del computer sul disco di destinazione, preferibilmente un disco grande e veloce, meglio se interno. In seguito viene effettuato il backup dei soli file che vengono modificati dall’ultimo backup, che di default cade ogni ora.
Nella cartella Backups.backupdb crea la cartella Computer e dentro varie cartelle identiche, cambia solo il nome formato da “anno-mese-giorno-oraminutisecondi”. Capeggia su tutte l’alias “Latest”, che si riferisce ovviamente all’ultimo backup.
All’interno di queste ordinatissime cartelle, apparentemente sembrano esserci tutte le copie dei nostri file, ma sappiamo che matematicamente è impossibile, per questioni fisiche di spazio sull’HD.
E qui scatta la magia.
È un complesso gioco di link (anche se a noi sembrano cartelle e file reali) in un tortuoso labirinto dove le copie temporali dei file si incrociano tra link. Se si avvia da un precedente Sistema Operativo, come Tiger, tutto il grosso sembrerebbe risiedere in .HFS+ Private Directory Data, dove nelle migliaia di cartelle sono presenti i file realmente copiati e quelli modificati.

Infatti se questo è quanto appare sotto Leopard:


questo invece è quanto ci viene mostrato da Tiger e precedenti:


Time Machine fa uso dell’hard linking, che a differenza degli alias utilizzano un approccio del tipo “inganno l’utente su ciò che non è cambiato”, nel senso che Time Machine effettua la copia cieca nella nuova “fotografia di backup” solo di ciò che è effettivamente cambiato rispetto all’ultimo passaggio. Ciò che non è cambiato, non viene assolutamente ricopiato: Time Machine crea degli hard link verso la risorsa (file o directory) originale permettendo di far un uso migliore delle risorse di memorizzazione aumentando i riferimenti alla risorsa puntata senza sprecare altro spazio (dati) su disco, come invece farebbe un normale link simbolico (alias).

Per questo motivo Apple ha deciso di limitare le possibilità di personalizzazione del programma e di consentire o meno il backup su determinati dischi.
Script come TM Manager, del giovane Antonello Migliorelli, ci permettono di scavalcare i limiti imposti dai programmatori Apple, e “liberare” Time Machine sui dischi di rete ufficialmente non supportati; ma attenzione però, il backup per essere affidabile deve essere eseguito su dischi di rete che abbiano le caratteristiche tecniche indispensabili al corretto funzionamento di Time Machine.
Molto probabilmente le caratteristiche richieste sono il formato HFS+ e sul NAS un protocollo di rete AFP recentissimo.
Qualsiasi altro tipo di configurazione dei dischi può provocare i seguenti malfunzionamenti di Time Machine:
1) Il backup semplicemente non viene eseguito;
2) I vecchi backup non vengono eliminati;
3) Pur funzionando apparentemente non riesce a ripristinare i file totalmente i file e le cartelle.

Si ringrazia Michelangelo per aver affrontato il 2 Novembre 2007 l’argomento nell’articolo “Time Machine: una bazzecola” (aggiornamento: leggi commento in basso) e noi ce ne accorgiamo solo oggi!
😉

—Oracle

Intervista a Roberto Celano e William Bondi

Nasce un nuovo personaggio a fumetti, dedicato all’insegnamento del computer. Per dirla con gli autori – Roberto Celano e William Bondi – “nascono nuovi personaggi” per catturare l’attenzione del lettore frettoloso o del lettore didascalico (che consulta gli argomenti per schede da sfogliare rapidamente). La scommessa è quella di invogliare gli approfondimenti, grazie ai fumetti.
Si comincia con il robotino e il suo cane (ovviamente di metallo) e la prima serie è indirizzata agli utenti di Mac OS X Leopard – a detta di Roberto Celano – il miglior sistema operativo del mercato.
Ciò non toglie una successiva serie dedicata a Windows.
Sembra strano, ma non ci sono precedenti di fumetti dedicati all’insegnamento passo passo. Abbiamo trovato numerose vignette che non vanno oltre la satira, lo scherzo, l’ironia, ma niente strutturato come apprendimento metodico per l’utente. Roberto e William sembrano fare centro, visto l’interesse del popolo della rete all’iniziativa. Oltre tutto viene regalato online un calendario a colori per il 2008, di cui vi offriamo un’anteprima in questa pagina.
…Segue

Come vi è venuta in mente questa iniziativa?
Roberto Celano – Da anni accarezzavo questa idea. D’altronde una buona idea nasce dopo un tempo incalcolabile di verifiche. Ciò che mi faceva capire di essere sulla strada giusta era che ciascuno era interessato al progetto. Se vi ricordate, perfino Walt Disney scese in campo, per affrontare l’argomento PC. Fortunatamente per noi, non era nei termini che intendiamo. L’informatica era una scusa per una serie di avventure (sempre belle). Poi il mio percorso professionale mi ha portato a scrivere libri di informatica (attualmente oltre 40 titoli pubblicati con Mondadori). La combinazione tra le mie competenze sempre più approfondite e la passione per la grafica e i fumetti, a un certo punto, hanno trovato terreno fertile, quando ho conosciuto il talento di William Bondi, che mi ha presentato il mio amico Giovanni Romanini (che è fra i disegnatori di fumetti più prestigiosi d’Italia). Con William abbiamo realizzato un catalogo a fumetti per la Simpro di Milano. Dopo questa ottima collaborazione, il sodalizio e la fortunata serie del robotino sono stati tutt’uno.
William Bondi – Questa iniziativa come tante altre, nasce dalla nostra voglia di comunicare e di continuare a sognare, insomma di essere eternamente giovani. Ci siamo guardati in faccia, abbiamo cominciato a ridere e abbiamo capito che questo personaggio poteva regalare un modo di apprendere il computer in maniera meno aggressiva e abbiamo cominciato a dargli vita. Questo sembra aver funzionato!

Ma perché iniziare con l’insegnamento di Leopard, quando la maggior parte del mercato usa Windows?
Roberto Celano – Potrei rispondere che in ogni campo si inizia a proporre il meglio… È noto che Bill Gates e specialmente sua moglie utilizzano Mac (aggiungiamo anche per correttezza). E poi Mac sta penetrando sempre più nel mercato: chi non usa e non conosce iPod, iTunes e chi non gradirebbe un portatile Apple (specialmente l’ultimo nato denominato MacBook Air)? È un po’ come fare un film e scegliere il sogno piuttosto che la realtà. Non ultima ragione è stata quella di avere scritto per Mondadori il volume Mac OS X Leopard. La grande guida (attualmente in libreria), ricco di suggerimenti e insegnamenti passo passo.
William Bondi – Molto semplicemente perché l’esperienza di Roberto in questo campo è eccelsa, ci si è presentata questa occasione e ne abbiamo approfittato, essendo questo il sistema operativo tra i più avanzati e competitivi, ma ancora elitari. Noi ci proponiamo di dare al mondo Mac la sua giusta collocazione.

Pensate a un futuro editoriale?
Roberto Celano – Perché no: l’editore interessato non ha che da farsi vivo.
William Bondi – Sempre!

Grazie, in bocca al lupo!

Tecnici Apple, riunitevi!

Nasce un nuovo AMUG destinato a chi opera nel settore dell’informatica a livello professionale.
È un luogo dedicato a chi lavora come Tecnico Informatico e sente la necessità e l’importanza di scambiare esperienze, raccontare aneddoti, ridere, conoscere altri colleghi e arricchire le proprie esperienze.
Quest’Amug è decisamente specializzato ed esclusivamente dedicato agli addetti ai lavori, ovvero: Tecnici e sistemisti che operano su sistemi Apple Win Linux come Freelance o aziende sia in conto proprio che per conto terzi; Tecnici Certificati Apple che operano presso Apple Store Italiani; Operatori su Server Mac o sistemi Misti; Appassionati che vogliono contribuire con le proprie recensioni all’Amug.
Gli amici dell’AmugTech possono essere fieri della loro “creatura” che certamente diventerà punto di riferimento per molti Mac User italiani.
Auguri da tutti iMaccanici napoletani.
—OraCle

Addio BlogMac, anzi arrivederci

Uno dei migliori (e primi) Blog italiani dedicati al Mac, un punto di riferimento, un punto di discussione… chiude i battenti!
Non era molto “vecchio”, ma quando nacque erano altri tempi: si aspettava con ansia il G5; e Mac OSX era ancora un gigante che faceva quasi paura. Poi negli ultimi tempi la rivoluzione: prima gli Intel, poi l’iPhone, ed un susseguirsi di nuovi accaniti Blog affamati di “corsa dell’informazione” (scivolando spesso su rumors basati su false notizie) hanno portato Vincenzo Martucci, il papà di BlogMac, alla demotivazione totale, stanco anche lui di vedere tanti nuovi utenti Apple desiderosi solo di mettere le mani su gioiellini tecnologici senz’anima.
Non siamo d’accordo sulla chiusura del suo portale, ma su qualcosa la pensiamo uguale, un sito che dovrebbe trasmettere la passione per il Mac non dovrebbe avere (troppi) banner pubblicitari.
Per pagarsi le spese basta un “annuncio Google”.
Il nostro augurio è di tornare presto a cliccare su www.BlogMac.it trovando qualcosa di fresco e speciale che ci faccia innamorare di nuovo del sempre più raro Think Different.